Il Codice Maquignaz esprime l’intensità della sua opera, ossia l’indissolubile rapporto tra corpo e anima, tra fisicità e spiritualità, tra contingente ed eterno.   


Nel primo pannello dei trittici Gabriele enuncia la sua idea di arte, come unico strumento possibile per lui (e per l’uomo) di penetrare il mistero della vita e della morte, un vero e proprio manifesto:
· Rendo visibile l’invisibile.
· Supero il confine del tempo e il limite dello spazio
· Codifico la forma
· Rendo visibile la morte della materia
· Rendo visibile la forma quindi l’anima dell’uomo
· Rendo indivisibile l’anima e la materia
· Supero i limiti della mente e i confini dell’arte
· Ritorno dall’infinito per ritrovare l’inizio
· Vedo la luce della nuova dimensione
· Vivo ancora oltre la materia, oltre la forma, oltre il tempo e lo spazio 20.. anni dopo Cristo

Nel secondo pannello dei trittici avviene il taglio della tela, uno squarcio determinato, duro, senza incertezze. Certo, all’inizio vengono in mente i buchi di Fontana, l’arte dada e pop, il gesto come segno dell’artista. Ma subito dopo si capisce che c’è dell’altro, che quel taglio allude a qualcosa di più impegnativo, al distacco dalla vita, alla morte. Spiega Gabriele: «Attraverso il mio taglio, meditato e codificato, rendo visibile l’invisibile. Il gesto porta ad un taglio rappresentante la morte attraverso la forma del teschio, che indica allo stesso tempo la fine della materia terrena e l’anima dell’uomo». Ma se anche la materia muore, la vita continua in un’altra forma.

Continua

Ed ecco il terzo pannello, su cui l’artista attacca la forma ovale del teschio restituendogli una fisionomia. «Attraverso la trasmigrazione fisica della forma tagliata» dice «e l’applicazione sulla seconda tela, dove prende vita una nuova figura, l’anima prosegue il suo percorso nella sua nuova dimensione, quella della vita eterna». Si tratta di una visione religiosa, cristiana, ma anche laica.
La visione della nuova vita dell’anima nell’aldilà, che continua all’infinito, appare un attimo nel volto simbolico di Cristo, come poco prima col taglio appariva la visione della morte, la fine della materia.

Dice Maquignaz: «Attraverso il taglio segno un punto fermo nel tempo e nello spazio. Con il mio gesto, per un attimo, vedo la nuova dimensione, quella sconosciuta all’uomo, ma in realtà così vicina alla sua anima».
Visione artistica, ma anche umanamente rassicurante: la morte è solo quella della materia, ma la vita continua sotto altra forma per l’eternità, dove non esistono né spazio né tempo né forma né materia. Ma intanto le forme con cui l’artista esprime presenza e assenza, vita e morte, sono incisive, colorate, dai tratti primitivi e naif. I fondi del trittico, che si ripete in varianti, non sono sempre bianchi, ma colorati, blu, fucsia, avorio, come i volti di Cristo che si umanizzano in mille forme e colori, persino con gli occhiali o al femminile. Vere e proprie icone del contemporaneo, con una loro cifra caratteristica e inconfondibile.