Porta dell'Aldilà

Il superamento dello spazio-tempo

Gli uomini che vivono lassù sono talvolta molto diversi da quelli che vivono dabbasso. Nelle pianure, fra i fiumi e i laghi si coltiva, si produce, si fabbrica; e poi necessariamente
si guarda all’orizzonte per indovinare le strade dello smercio. Più in là, sulle rive del mare si sogna la fuga verso altri lidi lontani e se tutto va bene, come avvenne per l’Ulisse,
si vagabonda smarriti per tornare finalmente a casa. Nei porti e al limite dei campi sorgono le grandi città dove si scambiano ricchezze, idee, manufatti. Tutto avviene fra gli uomini.
Gli uomini che vivono lassù sono stimolati verso un destino ben diverso: guardano le cime. Mandano il loro pensiero ben oltre le creste, al di là delle rocce. Scoprono il cielo come necessaria frontiera e s’innalzano per mirare le nuvole, o l’azzurro, o le stelle, o la luna.
I loro parenti prossimi sono quelli che vivono nel deserto, si fanno abbagliare dal sole e poi, nella notte secca e fredda, scrutano la volta celeste per capire i segreti delle costellazioni.
Hanno in comune gli uomini delle creste e quelli dei deserti una condizione unica. Sono isolati dagli altri, li incontrano raramente. La solitudine antica li esalta. E siccome sono privati dalle distrazioni urbane si concentrano nella sublimazione delle loro metafisiche. Perché oltre la fisicità, oltre l’apparenza mondana, oltre il brusio, vi è l’aldilà.
Le montagne delle valli che portano al Monte Cervino sono lontanissime dalle pianure dei mercanti operosi, sono vicinissime invece alle piramidi di Cheope o di Teotihuacan, rilievi taglienti dell’orizzonte che gli antichi hanno posto a forma di montagna inventata nella solitudine del deserto e nell’altipiano, sono parenti delle città che gli Inca hanno faticosamente costruito sulla tortuosa linea delle creste amerinde, sentono il suono arcano dei metalli percossi fra i ghiacci del Tibet. I popoli rarefatti che vivono più in alto degli altri si pongono questioni non più terrene. Intuiscono regole e misteri che connettono
il mondo ctonio degli inferi con l’universo che li sovrasta. Sembrano non esserne spaventati; sono rassicurati dalla loro pulsione sciamanica. Si disinteressano dalle sottili eleganze urbane e si dedicano alla brutalità zoroastrica delle energie supreme.
Gabriele Maquignaz è inconsapevolmente egizio e maya, tibetano e alpino. È inconsapevole perché lo sciamano non deve svelare l’arcano a nessuno, neppure a sé medesimo. Deve solo operare con le sue rivelazioni, con l’esternazione ambigua delle sue percezioni. E lo fa in questo caso con la gestualità pittorica, automatica come la scrittura che tanto intrigava i surrealisti, feroce come quella del sacerdote colpito da un’illuminazione improvvisa, lampante. I teschi che ne scaturiscono sono parenti stretti di quelli che i maya scolpivano sui sassi imponenti dei muri messicani nell’aria rarefatta della Chichén Itzá messicana
e che tuttora compaiono nelle dias de los muertos a Oaxaca. Non sono segni di morte ma testimonianza d’una vita in una dimensione altra e oltre.
La dimensione oltre che percepisce chi sta lassù vicino al bagliore dell’universo e poi ancora nella notte infinita delle costellazioni scioglie il diaframma fra vita e morte, fra pulsione
e dolore, fra caos e ordine. Deve esserci quindi da scoprire una porta di passaggio fra i livelli del cosmo. Sicché la lezione di Lucio Fontana che squarcia la tela, prima coi chiodi per generare le stelle del firmamento e poi con la lama per vedere il mistero del nulla abissale, per Gabriele Maquignaz diventa un’indicazione procedurale. E se per Fontana il percorso intero dell’opera culmina nei suoi ovali nichilisti intitolati «La Fine di Dio», per lui invece il taglio si fa vasto buco di serratura per uscire dalla claustrofobia terrena e librarsi nella dimensione d’un divino accertato. Così la gestualità oggettivamente crudele si riscatta
in un afflato mistico. Il disagio visivo altro non è che uno stimolo alla riflessione e l’urto della discrepanza si fa scossa viscerale per il risveglio dell’anima.
La testimonianza è la funzione ultima dell’arte. Generò all’alba della specie umana il segno primordiale dello sciamano sulle pareti delle grotte. Portò la mano ferma del lapicida verso
i diavoli e gli angeli nelle pietre del medioevo e conduce gli indagatori dei tempi moderni alla scoperta degli strati profondi dell’animo. Il resto è mistero. Il resto è l’ignoto che Teilhard de Chardin già celebrava sul tetto del mondo per svelarlo e che Gabriele Maquignaz tenta con determinazione di fare intuire.

Philippe Daverio

Opere

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